giovedì 6 novembre 2014

Equitazione sociale

Quello che vorrei scrivere forse non si presta ad un blog, forse un libro o un sito dedicato sono le sue sedi d'elezione, ma riguarda l'equitazione e diffondere le sue virtù è un compito che mi sono assegnata, per poterla strappare ( la disciplina e chi la pratica) da facili etichette, figlie di retaggi morti e sepolti nella quotidianità, ma vivi nei pregiudizi di chi entra in selleria.
In poche righe oggi vorrei scrivere del bullismo, del bullismo e dell'equitazione, di come la pratica quotidiana al vivere con l'alterità animale in un contesto come il maneggio possa strappare la psiche dalle sue gabbie.
Il termine "bullismo " definisce "tutte quelle azioni di sistematica prevaricazione messe in atto da uno o più verso un pari percepito come inferiore e reso vittima. "Bullismo " include sia i " bulli", sia le loro vittime.
Il bullismo è sintomo, per entrambe le parti, di sofferenza psichica causata da problemi nell' autodeterminazione, nel senso di competenza e nelle capacità relazionali.
A questo punto i nostri lettori cavalieri e amazzoni staranno sorridendo, chiunque abbia mai frequentato un maneggio e abbia familiarità con i cavalli sa quanto questi animali e questo ambiente possano fare per tutti e tre quei punti. 
L'equitazione pone obiettivi raggiungibili di diversi livelli di difficoltà, l'accudimento apre alla relazione con un animale molto potente e al contempo insegnante di comunicazione non verbale.
Il fine stesso della buona equitazione è instaurare una relazione di successo all'interno di un binomio che raggiunga traguardi condivisi.
Mentre studiavo per questo post mi sono chiesta quanto il bullismo fosse un problema educativo e quanto assistenziale, non so dare una risposta, ma so che il rapporto con il cavallo, quando guidato in un centro equestre, può lavorare in entrambi i campi: la disciplina è fondamentale, l'ascolto dell'altro l'obiettivo primo, la violenza di ogni genere bandita.
Come ultimo punto vorrei che tutti ricordassero una cosa : il cavallo non giudica.
Il ragazzino che si sente in torto o debole tende a proiettare la sua autocondanna nei gesti degli altri, per cui, anche quando chi gli si rapporta lo fa con mente aperta e scevra di pregiudizi, lui si chiude e resiste all'attività tradizionale, ma un cavallo non giudica, con arroganza l'adolscente problematico potrà anche pensare che non capisca ... e lo pensi !
Si troverà cambiato senza accorgersene.

Fonti:

www.equitabile.it
www.iltelefonoazzurro.it

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